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Lo spazio dell'arte

Quando mi appresto a progettare l’allestimento di una mostra, i miei punti di partenza sono la luce, l’architettura, la proporzione degli spazi, il suono e come l’insieme di tutti questi elementi possa aiutare a vedere l’opera d’arte.
Quasi sempre, infatti, contemplare le opere d’arte in un museo è molto difficile perché siamo distratti da ciò che vediamo intorno e da ciò che sentiamo; spesso è difficile apprezzare un’opera anche perché non è ben illuminata.

Quello che io cerco di fare è organizzare tutti questi elementi per consentire al pubblico di osservare le opere con più attenzione. Questo è il mio obiettivo principale: come presentare opere d’arte in uno spazio ed in condizioni dove possano essere chiaramente osservate come capolavori.
Dal mio punto di vista, infatti, molte mostre sono troppo intellettuali. Assomigliano a quelle cattive insegnanti di liceo che sanno fare solo noiose lezioncine. Io personalmente preferisco non leggere le didascalie, ma apprezzare un’opera d’arte per ciò che l’artista ha fatto, per la forma, la linea... Per raggiungere questo risultato, progetto la struttura dello spazio espositivo come una sorta di itinerario di viaggio, con una sala che sostiene per somiglianza o fa da contrappunto alla successiva.

Nel caso di questa mostra, la prima sala è quella delle informazioni: siamo circondati da immagini e testi. Da qui si entra in un corridoio lungo e buio che ci aiuta a sgombrare la mente per prepararci alla visita; si giunge quindi in uno spazio molto grande e luminoso per osservare un’opera minuscola. Poi si entra in una sorta di foresta di pietre, in cui la coreografia del percorso di visita ha un andamento circolare.

All’ingresso in ognuna di queste sale è posta una parete che ne scherma la visione per creare un effetto di sorpresa nel passaggio dall’una all’altra. La sala successiva ha invece un solido elemento architettonico di forma rettangolare che, posto nel centro, invita il visitatore ad un movimento lungo linee rette. Alle grandi sculture si contrappongono sulla parete di fronte monete di piccole dimensioni. La sala seguente - speculare a quella appena lasciata – propone un analogo elemento architettonico questa volta trasparente e misterioso. Ancora una volta i visitatori devono girare intorno alla struttura, prima di passare alla sala successiva dove le strutture perpendicolari le une alle altre rispecchiano la struttura della foresta di colonne. La sala successiva ha invece strutture ricurve ed è luminosa, prima di imboccare nuovamente un corridoio buio in cui vediamo le opere attraverso una successione di oblò che si aprono nelle pareti, prima di raggiungere infine l’ultima sala in cui si può ammirare uno dei capolavori della collezione.

Invece di coreografare un attore in scena, in questo caso io coreografo il movimento del visitatore attraverso spazi differenti che si compongono e si completano gli uni con gli altri in termini di esperienza visiva: uno spazio è geometrico, l’altro è irregolare, uno è molto luminoso, l’altro molto buio, e così via. In un certo senso il visitatore è come un performer, poiché la coreografia dei suoi movimenti muta a seconda del progetto e della forma della sala che egli visita.

L’allestimento nel suo complesso riflette comunque una mia personale reazione alle opere in mostra, anche se per me la sfida è sempre la stessa: mettere il pubblico in condizione di concentrarsi e di vedere le opere. Con lo stesso obiettivo ho chiesto alla mia amica Laurie Anderson di comporre la musica per ogni ambiente, in modo da porre il visitatore in un stato d’animo sereno che gli consenta di apprezzare veramente l’opera d’arte.

Ho sempre seguito gli stessi principi ogni volta che ho disegnato una mostra –per esempio quella di Isamu Noguchi per il Vitra Museum, ma anche la collezione del Museo Barbier Muller a Barcellona o la retrospettiva di Giorgio Armani al Guggenheim Museum – ed ognuna è stata diversa dall’altra ed allo stesso tempo in qualche modo simile. Ad Einstein fu chiesto di ripetere ciò che aveva appena detto ed egli rispose: “Non posso ripetere, ma questo non è molto importante, poiché si tratta sempre della stessa cosa”. Cezanne diceva di dipingere sempre il medesimo dipinto, Proust di scrivere sempre il medesimo romanzo. Il lavoro di un artista è sempre un unico progetto e riflette un unico pensiero.

Ho sempre avvertito il fascino dell’Antico Egitto e forse non è un caso quindi che già nel 1973 nel mio lavoro The Life and Times of Joseph Stalin, che durava 12 ore nel silenzio più totale, ho disegnato per una delle scene principali una piramide/tempio della luce a cui si arrivava tramite un ingresso buio e un lungo e stretto corridoio buio, simile al mio progetto per Torino.

Robert Wilson
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